Prosa!

 

 

VIA DI QUA

 

Chiunque fosse  giocava sporco. Nessun dettaglio. La fonte ignota. Un  numero privato. Memorizzato il messaggio non risultavano altre informazioni. Soltanto data e ora. 

29 dicembre ore 10.16 ante meridiem. Si trattava di tenere  la  mente pronta a depositare eventuale testimonianza per  un verbale di polizia.

Possibile non sapesse chi ero? Come aveva avuto il mio numero di cellulare? O forse aveva digitato un prefisso e  sette numeri, casualmente. Un’ipotesi a bassa probabilità.

Quel giorno, a quell’ora, come sempre,  mio padre leggeva il giornale.

Occhiali e gilet di lana cotta, se ne stava a rannicchiato  sul sofà davanti al camino. Fuori  gelava.

Intravedevo la Tofana dalla persiana socchiusa. Lanciava segnali pallidi. Non avevo nessuna voglia di uscire sulle piste.

Che ci facevo là? Sono sicura che me lo domandavo anche in quel momento. Me lo chiedevo spesso negli ultimi tempi.  Il “chi sei?” delle 10 e 16 comparso come un proclama  eversivo sul display del cellulare,  mi poneva di fronte ad una identità incerta, la mia, che qualcuno  osava minacciare  violando lo spazio sacro del mio corpo astrale.

-Ti ho disturbato/a?

Di nuovo l’aliena presenza. Non sa, o finge di non sapere se sono maschio o femmina. Sta simulando. Sicuro. O forse non fa questione di genere.

Meglio controllare chi non può sfuggire al mio sguardo. 

Legge ancora? E’ capace di cambiare umore solo per quei  beep beep ripetuti di cui non conosce origine e provenienza. Vengono dalla mia borsetta, papino. Telefono cellulare. Me lo hai regalato tu, l’estate scorsa,  per il mio compleanno.

Potrei avere bisogno di parlare con te e non ti trovo mai.

La solita lagna.

Il fuoco nel camino crepita. Beep  beep. Ancora. Traffico con la mano nella borsa. La coda dell’occhio controlla il pater familias. Immobile. Forse sta diventando un po’ sordastro. Sottraggo l’attrezzo infernale  a me stessa. Mi muovo furtiva.

-Ti ho disturbato/a?

La stessa formula. Non demorde l’alieno. Rilancia. Terza volta in due ore che riprova.

Può il marziano ignorare l’identità sessuale del destinatario dei suoi messaggi? Mi chiedo. Potrebbe.

Le vacanze di Natale sono fonte depressiva per ogni mortale che conosco.

Mi diverto a pensare possa esserlo anche   per i marziani.

Provo ad immaginarmi la forma del soggetto scrivente:  obeso bulimico,  modello ET, quello di telefono-casa. Un tossico delle chat o roba simile. Con un fisico improponibile o deforme.

Uno che non deve chiedere mai. Anche perché gli direbbero di no.

Già, e se invece  fosse una donna? Sola. A caccia di sesso virtuale?

Ipotesi esclusa. Non conosco nessuna che ci prova così. Anche se la statistica….

Adesso mio padre se ne sta sdraiato sul divano. Il giornale gli è scivolato sul tappeto.

Mi viene in mente, chissà perché, l’incipit di un romanzo di D’Annunzio. L’anno moriva assai dolcemente. Detesto lo scrittore. Però l’endecasillabo è perfetto.

Sto morendo dalla voglia di sapere chi mi invia quei beep beep che hanno il sapore dell’indecenza..

-Identificarsi prego.

Digito la mia risposta. L’unica. Il rilancio è pressoché simultaneo.

Mio padre sta russando. Adesso singulta. Sogna, forse?

-Tanto anche se ti dico il nome non mi conosci.

Bastardo. Sei un uomo. Che gioca a nascondino.

E’ quasi buio. Forse nevica. Che ore sono? Ho perso la consapevolezza del tempo. Se nevica anche la civetta smette di cantare. C’è un silenzio là fuori. Nevica. Di sicuro. La Tofana è avvolta da una nube pannosa. Cristo. Dovrò chiamare un’ambulanza. Ho l’impressione che mio padre sia morto.

 

 

(………………………………………………………………)

 

CAPITOLO QUARTO

 

Proprio quella notte, notte senza luna,  avevo fatto un sogno da cui sarebbe partita una serie di coincidenze e di nessi causali dai quali, in qualche modo la mia vita sarebbe ripartita. Una metamorfosi lunga  quanto la decifrazione di un sogno. Perché a volte  capita di comprendere ciò che ci accade molto tempo dopo lo svolgersi cronologico  degli eventi. Quasi che il tempo avesse una dimensione ricurva, come se il tempo  ritornasse sui suoi passi a svelarci il senso autentico di un accadimento rispetto al divenire in cui siamo sospesi. Un esempio di dimostrazione emotiva di principi fondamentali che appartengono alla fisica.

 Forse è quello  il tempo della meditazione. Del silenzio chiaro. Quel  tempo luminoso  da cui scaturiscono le piccole gioie del disvelamento di segreti inconfessabili perché chiusi al processo di comprensione immediata. I sacri testi lo dicevano. Ma fino ad allora non avevo capito bene il senso di frasi tanto sibilline quanto misteriosamente affascinanti.

 Ero stata al cinema con un collega,  la sera dopo il rientro da Lucca, e avevamo fatto tardi. Intorno a noi in una sala semigremita di coppiette, affondati gomiti e mani su contenitori di plastica simili a bicchieroni del macdonalds avevamo sgranocchiato schifezze da fast food e  visto un brutto film. Gli odori  di patatine, pop corn , coca cola, che ribollivano nella sala buia in un’atmosfera da luna park, mi ricordarono gli aromi di cheap and fish  mescolati alle luci delle insegne dei locali notturni di  Chinatown e  i  miei  soggiorni piovosi di fine anno a casa di Pamela Hatwhord.

In onore dei trascorsi londinesi avevamo bevuto due lattine di Ceres  in un pub del Lungarno Vespucci e poi, una volta  a casa mia, finimmo a letto insieme. Verso le due lui se n’era già andato senza salutare, forse  pensando che stessi dormendo.

Nel sogno un cane ringhioso si accaniva mordendo sul collo, una povera gallina. Io accorrevo alle urla disperate di lei. La  liberavo dalle grinfie del bruto peloso e la portavo al piano di sotto di casa mia. Il sogno mi aveva risvegliato all’improvviso, lasciandomi addosso la percezione di un terrore gelido. Le mani mi tremavano. Pulsanti e gonfie. Istintivamente mi passai la mano destra dietro la nuca. Nessuna  traccia di sangue. Mi rimisi sotto le coperte. Le tre e quindici.  Non so per quanto tempo rimasi a fissare  il soffitto. La sensazione del morso era come se si fosse riprodotta a macchia di leopardo sulla superficie del mio corpo. Sull’inguine, sulla spalla destra giù giù  fino  al palmo della mano, la sinistra. Dondolavo le ginocchia, supina, nella speranza di riprendere sonno cullandomi, come facevo da bambina, nel lettino posto accanto al grande letto matrimoniale  dei miei genitori. I pensieri si propagavano lungo le pareti della stanza come binari dentro una metropolitana. Una ragnatela infinita in un sotterraneo terroso e claustrofobico. Non riuscivo a fermarli. Mi ripetevo come un mandala: ciò che è reale è razionale, ciò che è reale è razionale.

 Di chi era la frase ? Kant? No, non era Kant ma Hegel.  

Hegel sicuramente.  Esame di Filosofia del diritto. Primo anno di corso accademico in Giurisprudenza. Non ricordavo bene perché era un esame che non avevo approfondito. Serviva a poco  e poco l’avevo studiato. Del resto  non era un propedeutico, quindi non era funzionale alla laurea.  Il ricordo del volto di mia madre sfumava dietro riccioli biondi e un profumo di lavanda, lo sguardo pensoso, il corpo sottile, un vestito lilla che le avevo visto addosso  in certe occasioni mondane. Cercai di ricordarmi quali. La  festa di laurea dello zio Piero, che per tradizione di famiglia era diventato dottore in architettura alla Cà Foscari a Venezia.   Poi il nulla. La mia mente si rifiutava di resuscitare alla memoria altro materiale mortuario.  Sul tutto galleggiava, già sfocato dalla prospettiva spazio-temporale di appena un mese dalla scomparsa,  il volto di mio padre, bianco nel rigor mortis in cui l’avevo baciato per l’ultima volta dentro un lenzuolo di raso color panna.

 Cosa c’entrasse adesso la gallina con la bara di rovere cesellata da maestri intagliatori fiorentini, non riuscivo a percepirlo. Annaspavo  dentro quel torpore delle membra, che a poco a poco riconquistavano mollezza rilasciando le tensioni nervose provocate dall’incubo. Fu allora che la mia mente elaborò un ricordo antichissimo, pescando nel magma del passato. Un passato che avevo seppellito nella memoria e che avevo recuperato, inconsapevolmente, restituendomi una traccia ancestrale della mappatura sgualcita  di una biografia che andava riscritta. Dagli albori. 

Fatto un rapido calcolo, sorpresa da un nuovo agguato che proveniva da non sapevo quali zone oscure del mio cervello, pensai  che il ricordo doveva risalire ai miei tre anni. Sì, perché la nonna morì che di anni ne avevo circa cinque.

Era sicuramente l’unico ricordo che avevo conservato di lei e si agganciava ad una emozione dolorosissima.

Eravamo nella casa di campagna a Mira, nell’immediato entroterra veneziano. La  casa d’infanzia della mamma. Ricordavo un sottoportico arioso. Uno strano camino che boccheggiava di fumo a Natale. E il grande prato con betulle, larici, spalliere di rose gialle e rosse, possenti magnolie. E il maestoso pesco fiorito, tutto rosa che mi accoglieva per la Pasqua.  Al centro del giardino ( o forse  era un parco?) due  voliere. In una, dimoravano un  centinaio di uccelli.  Frisoni, lucherini, fringuelli, canarini. Un popolo ciarliero e canoro dalle mille sfumature cromatiche e sonore. A cui si aggiungevano ad  ogni autunno, uccelli di passo che il nonno catturava con un retone, a tradimento. In un’altra voliera, meno alta ma larga qualche decina di metri, dimorava la meraviglia delle meraviglie. Un pavone grigio e uno azzurro, anzi la coppia di pavoni con la femmina, grigia, appunto, assai più piccola e con le unghie rattrappite dai reumatismi. Restavo ore ad osservarli. Ipnotizzata dai mille occhi della meravigliosa macchina estetica che madre natura aveva  creato per me  e che ad ogni  primavera offriva  un  effetto scenografico straordinario, me immobile per ore, a contemplare il miracolo della ruota magica e sublime. Metafora della rinascita.

-Riporta subito l’uovo dove l’hai trovato-disse, severa, la nonna materna.

Al mio disappunto, nonna, fu irremovibile

-Riportalo nel nido. –disse- Lì deve stare. Almeno finché le galline non ne coveranno altre.

Non osai chiedere il perché di quel rifiuto. Ero trionfante per aver trovato quell’unico uovo. Era bianco.Liscio. Rotondetto. L’avevo trovato dentro un casottino dove la sera venivano rinchiuse le galline. Lo tenevo nel palmo delle mani con cura estrema. Era il mio dono alla nonna. Una nonna che non vedevo quasi mai perché vivevamo lontano, a  Firenze.

Forse fu quello il primo rifiuto che ricevevo dalla vita.

Il mattino in ufficio raccontai il sogno al collega.

-Ti  fa male il collo  perché dalla mattina alla sera sei  un’appendice del computer. Dovresti scopare di più e psicanalizzarti di meno. Amore.

Decisi di non ribattere. Appallottolai un foglio A4 con appunti scarabocchiati presi con penna bic trovata nella cartella stampa preparata dall’Urp , l’ufficio pubbliche relazioni, della conferenza stampa tenutasi la mattina in  Palazzo Vecchio. Poi cominciai a leggere le ultime notizie ANSA mentre in testa cercavo di ripetere quel mandala che durante la notte mi era servito a riconquistare la calma conseguente al brutto risveglio solitario: ciò che è reale è razionale ciò che è reale è razionale

Sgranai la formula  ritualmente, come certe beghine in chiesa abbarbicate al rosario e ripetendola per un numero imprecisato di volte. Ritrovai così la  respirazione profonda.

Detti poi un’occhiata ai messaggi del cellulare e tra questi trovai quello che mi interessava più di tutti. Finalmente il bastardo aveva risposto alla mia mail di almeno cinque giorni prima.

“ Hai una bella bocca, lo sai, vero? E sai scrivere anche bene i messaggi.

Un esempio: come un bene: immobile. Bacio”. Alessandro.

 Trascorsi il resto delle ore in schiavitù  di quell’etica del lavoro che qualcuno, nel mio bagaglio cromosomico,  aveva inculcato rispetto al concetto di sacrificio. Rimasi in ufficio fino alle otto a battere pezzi, vagliare telefonate con verifiche incrociate delle fonti e passare notizie  al responsabile di redazione.

Poi come i bambini della scuola media all’ora della fine delle lezioni, al suono della campanella mi fiondai sui viali. Avevo bisogno di respirare. Decisi di non raggiungere subito l’automobile e di fare una passeggiata a piedi, verso Piazza della Libertà. La superai. Raggiunsi il bar Torino e  mi misi a sedere girando le spalle al bancone il più possibile accanto alla vetrata. Era buio. Tre file di automobili nel doppio senso di marcia aravano il viale senza sosta. Fissai per un tempo indefinito lo sguardo verso le persiane verde scuro  dell’appartamento al secondo piano del numero due di Piazza Isidoro del Lungo, già via Torino, che intravedevo, sfocate per la distanza, l’oscurità e gli alberi della piazza. Lì  era vissuto mio padre negli ultimi mesi  della sua vita. Il cuore cominciò a battere veloce, sempre più veloce. Finché una goccia di sudore cadde dalla punta del naso al labbro superiore. O forse era una lacrima. Ripresi il controllo. Trattenni il fiato. Un banale esercizio di  iperventilazionee, manovra antipanico.  Nel bar c’erano pochi clienti, per il rito dell’aperitivo. Ripresi in mano il cellulare e scivolai sui tasti dei messaggi. Finalmente aveva risposto, l’architetto d’interni. E con quale sottotesto. Peccava di metafore estetizzanti. Del resto veniva dal design industriale e non aveva tempo da perdere con formulette romantiche  e mazzetti di rose, pensai.

Ma poi perché la nonna mi aveva ordinato di rimettere l’uovo nel nido? Per quale ragione le galline avrebbero deposto il loro uovo più volentieri se ne avessero trovato un altro magari finto messo là a bella posta, per ingannarle?

 Le galline erano proprio animali stupidi.

Oppure  la questione andava affrontata da altri punti di vista.

Ma allora ci doveva essere una ragione segreta che indirizzava a quel comportamento, che apparteneva all’intelligenza animale e  di cui  mi sfuggiva il senso.

Uscita dal bar attraversai i viali. Avevo voglia di raggiungere Piazza Santa Trinita e poi il Duomo ma sulla via dei Servi, all’angolo con l’Orto botanico, svoltai a destra. La facoltà di architettura era completamente buia. Il portone chiuso. Non poteva non esserlo data l’ora.  Mi sorpresi  a pensare che a  volte le strade  che percorriamo, cercando una direzione precisa, ci portano altrove.  Eppure avevo la sensazione di non essermi persa. Non avevo ancora capito cosa stessi cercando. O meglio la direzione che avevo preso quella sera,  mi portava esattamente al centro della bellezza, nel baricentro esatto dell’armonia e della forma. Tuttavia anche l’arresto improvviso e imprevisto davanti al portone, chiuso, della facoltà di architettura, doveva avere un senso.

Un graffito sulla parete scrostata dell’edificio attrasse il mio sguardo.

L’anima è irraggiungibile.

Chi poteva aver scritto quella frase? 

Uno studente di filosofia?

Un prete?

Un paninaro?

Ciò che è reale è razionale, questo mi piaceva di più come slogan della mia vita. E aveva anche  una funzione catartica miorilassante molto piacevole.

Fu allora che mi venne l’idea: dovevo riprendere in mano i libri di storia dell’arte e approfondire il simbolismo dell’uovo nel rinascimento italiano. Però partendo dal mito e dalla iconografia di  Leda e il cigno. Non c’era un apparente nesso logico.

Ma dentro il blog che avevo sia in rete che  nel groviglio della mente, avrei potuto approfondire appassionatamente il tema.